Explore: OCEANI, ultima frontiera

Gli oceani ricoprono oltre il 70 per cento della superficie terrestre. Tanto che una delle più famose fotografie della Terra dallo spazio, scattata nel 1972 dagli astronauti dell’Apollo 11, l’ultima missione del programma lunare della NASA, è stata soprannominata The Blue Marble, «la biglia blu». È così che appare il nostro pianeta.

Se non bastasse, a ulteriore testimonianza dell’importanza di queste immense distese d’acqua, secondo una delle teorie più accreditate la vita è nata negli oceani.
Eppure, degli oceani conosciamo ancora poco. Li abbiamo solcati in lungo e in largo, nell’epoca della navigazione, ma le loro profondità ci nascondono ancora molti segreti. Praticamente, grazie allo sviluppo di tecnologie sofisticate per le immersioni subacquee e alla fotografia, abbiamo cominciato a studiarli e a scoprirli soltanto a metà del XX secolo.

Oceani, ultima frontiera è una mostra fotografica dedicata all’esplorazione dei mari, dai pionieri come Jacques-Yves Cousteau e Sylvia Earle, storica explorer di National Geographic e tra le prime donne a dedicarsi all’oceanografia, fino alle imprese più moderne. Come il ritrovamento del relitto del Titanic e la discesa di James Cameron sul fondo della Fossa delle Marianne.
Incontreremo le specie più affascinanti degli abissi, dai giganteschi mammiferi marini ai predatori più feroci, ma anche tappeti di alghe dove i pesci vanno a riprodursi e a nutrirsi, e le distese colorate delle barriere coralline. Con una sezione speciale dedicata agli abitanti del nostro mare, il Mediterraneo.

Da qualche decennio a questa parte, tuttavia, anche gli oceani stanno soffrendo per l’impatto delle attività umane. Alcune sale sono dedicate a tre dei principali problemi degli oceani. Il cambiamento climatico: il riscaldamento delle acque e il cambiamento dell’acidità stanno creando problemi alla fauna marina. Spostamenti di specie tropicali verso quelle che prima erano latitudini temperate, anche in Mediterraneo, proliferazioni algali di proporzioni enormi, come accade alla regione dei sargassi, sbiancamento di grandi superfici della barriera corallina, dalle Maldive all’Australia.
Overfishing: negli ultimi decenni la pesca ha messo in pericolo alcune delle specie più importanti degli ecosistemi marini, come per esempio il tonno rosso. E ha fatto registrare una diminuzione anche del 75 per cento delle popolazioni ittiche.

Infine la plastica, l’ultima minaccia: gettiamo uno sguardo ai grandi garbage patch, le chiazze di plastica che si trovano a quasi tutte le latitudini, ma anche i pericoli per la fauna, dalle tartarughe agli uccelli marini.
Infine, al piano di sopra potremmo dedicarci a un messaggio positivo. Che può venire anche dalle immagini satellitari, che oggi ci permettono di tenere sotto controllo la salute degli oceani come non abbiamo mai fatto prima. E poi il progetto Pristine Seas di National Geographic, che sta dando un contributo decisivo al monitoraggio delle aree più incontaminate del pianeta, stimolando i governi a proteggerle e aiutando le Nazioni Unite a raggiungere l’obiettivo del 20 per cento di superficie oceanica protetta, inizialmente fissato proprio per il 2020.