Omaggio a Piero della Francesca, litografia - Palazzo Blu

Omaggio a Piero della Francesca, litografia

Periodo: XX

Rodolfo Meli, nato a Rignano sull’Arno nel 1948, si diploma all’Istituto d’arte di Firenze nel 1970. Negli anni Settanta si interessa alla grafica ed all’incisione, eseguendo disegni colorati per due gallerie di Amsterdam e litografie per la galleria fiorentina Il Bisonte. In questo periodo è incline “al vero, non secondo l’Iperrealismo allora diffuso, ma secondo l’interpretazione fantastica e geometrica di Piero della Francesca”; e insieme partecipa “dell’interesse per le forme architettoniche del pittore olandese Erik Roos” col quale divide lo studio. Con gli anni Ottanta comincia a valersi della fotografia ed a dipingere ad olio su tela, anche su formati grandi e in sequenze composte a dittico o a trittico. Un’altra sua passione è il cinema: ha girato video in super-8 ispirati ai pittori Édouard Picot (Amore) e Oskar Schlemmer (Cubo), e film (C’era una barca perduta nel mare, 1981; Diana, Narciso, Paolo, ’83; Cataldo, ’86) di cui ha personalmente creato i costumi. Tornato nel biennio ’85-’87 allo stile arcaizzante dei disegni del decennio prima (ma ora guardando anche a Giotto, al Duecento, alle predelle), nell’88 vive una svolta ‘classica’.  

L’amore di Rodolfo Meli per Piero della Francesca, maestro insuperato di prospettiva e di geometria, produce nel 1977 due litografie che omaggiano in modo esplicito il nume della pittura quattrocentesca. L’una cita l’astante all’estrema sinistra e l’Albero della vita della Morte di Adamo del ciclo di Arezzo; l’altra, che qui si presenta e che a differenza della prima è policroma, ripropone l’angelo di destra della Madonna col Bambino e quattro angeli di Williamstown. Entrambe le citazioni sono invertite destra-sinistra; l’angelo della tavola americana inoltre diventa un fanciullo privo di ali, la sua veste è di un violetto chiaro anziché rosso porpora, non ha un braccio sollevato in un gesto indicatore, e soprattutto non è statico ma incede, verso l’antro scuro che si apre nel solido architettonico spoglio e massiccio ergentesi sulla destra. Il buio antro, pur derivante in origine da un comune garage di città, con la sua rigorosa frontalità può evocare il sepolcro dissigillato di Cristo di una nota predella angelichiana o celebri tombe canoviane come l’incompiuto Monumento a Tiziano e il Monumento a Maria Cristina d’Austria, sia per la struttura piramidale bucata da un varco centrale che per il motivo del corteo funebre. L’orizzontalità della scena è scandita dal cielo imperturbabile, solcato da un’unica nube sottile. In queste prove Meli si mostra in continuità con lo stilizzato classicismo anni Venti di “Valori Plastici”, con artisti di ispirazione ‘metafisica’ e di condiviso culto pierfrancescano come Casorati e Carrà.  

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