Picasso. Minotauromachia


In una notte scura, sul mare di Creta, un Minotauro mostruoso avanza a tentoni verso una bambina che regge, impavida, un mazzo di fiori e una candela. Tra i due, un cavallo preso dal terrore si piega sotto il peso di una donna-torero che appare tramortita. A destra, una figura simile a quella del Cristo fugge su una scala, mentre in alto due donne e due colombe assistono alla scena. Nella Minotauromachia del 1935, forse la più celebre acquaforte di Picasso, prende vita la lotta tra violenza cieca e lume della ragione, eros e morte, istinto ferino e perfezionamento spirituale che soggioga, da sempre, l’umanità.
L’esito non è scontato, così come i ruoli. Il minotauro, alter-ego di Picasso, è feroce ma inquieto, e i suoi occhi sembrano chiedere aiuto: “mantiene le donne nel lusso, ma le donne sono felici di vederlo morire”. La bambina è ferma e gentile, un faro, ma nella donna-torero sconfitta ritroviamo la sua fisionomia: si tratta di Marie Thérèse Walter, la giovane amante di Picasso, nume tutelare e oggetto di un’ossessione erotica violenta, che - al tempo dell’incisione - era incinta. L’uomo dalle sembianze di Cristo sale su una scala che raffigura la scala paradisi, simbolo dell’ascensione dell’anima - ma, pur guardando la scena, se ne allontana; fugge via.
Il clima cupo della rappresentazione fonde i simboli di una ricerca molto profonda nel Picasso degli anni Trenta con l’atmosfera di una situazione politica preoccupante: il generale Franco, già a quel tempo comandante di tutte le forze armate spagnole, di lì a poco avrebbe dato il via alla guerra civile, e l’Europa sarebbe sprofondata in un orrore senza luci.